“L’Orchestra e il “Senso Comune””

Roberto Passarella è diplomato in Composizione presso il Conservatorio “Rossini” di Pesaro. Compositore, Arrangiatore, Bandoneonista e giovane direttore di orchestra, si è esibito in varie importanti sale da concerto e festival in diversi Paesi.

In questa intervista ci guida ad esplorare alcuni aspetti del mondo della musica e dell’orchestra in particolare.

Dalle sue risposte troviamo parecchi elementi in comune con molte dinamiche che si verificano nelle imprese.

1. Grazie Roberto per aver accettato questo invito. Ci siamo conosciuti diversi anni fa e seguo sempre con molto piacere le tue esibizioni. Con te vorrei approfondire il mondo dell’orchestra e scoprire insieme i tanti punti in comune che ci sono con quello aziendale. Ma prima di scendere nello specifico ci racconti un po’ di te?

Grazie a te, Roberto, per questo graditissimo invito (speriamo di non mandare in confusione il lettore, vista l’omonimia!). Mi fa molto piacere che il nostro contatto sia continuato negli anni. Ricordo la nostra prima conversazione a proposito dell’importanza del fattore umano all’interno dell’esecuzione musicale… Fu molto interessante, dal momento che la mia passione si è sempre divisa tra la composizione musicale (soprattutto per orchestra) e la filosofia, in particolar modo quella dell’educazione (sono diplomato in composizione presso il Conservatorio “Rossini” di Pesaro e ho da poco intrapreso il Dottorato di Ricerca in Scienze Umane presso l’Università di Perugia, col Prof. Marco Milella).

2. Ricordo bene anche io. Commentavamo un filmato del maestro Roberto Prosseda e l’importanza del calore umano nell’esecuzione di un brano di Chopin, suonato pochi minuti prima dal pianista robot “Teotronico”. La prima domanda che vorrei porti è semplicissima (forse…): quando un’orchestra si può definire tale? Non credo basti la presenza di un numero definito di elementi che suonano strumenti diversi.

L’orchestra è una delle realtà più affascinanti e complesse all’interno del mondo musicale.

In realtà, non vi è una definizione precisa del termine. Per gli antichi greci, per esempio, ὀρχήστρα (orchestra) indicava lo spazio dove si esercitava l’espressione del canto e della danza nelle rappresentazioni teatrali. Ad esempio, nel 2019 è stata realizzata una rappresentazione della Johannes-Passion di Johann Sebastian Bach in cui il coro, oltre a cantare, esegue una coreografia che per molti aspetti potrebbe rievocare l’originaria idea greca del danzare nello spazio orchestrale (eccone un brevissimo estratto: https://www.youtube.com/watch?v=X-sd7JDBxis).

Col tempo, il significato del termine “orchestra” ha subìto diverse trasformazioni, fino ad arrivare ad una stabilizzazione con la cosiddetta “musica classica” degli ultimi secoli, in cui esso indica fondamentalmente una moltitudine di musicisti divisi per sezioni o famiglie di strumenti differenti, guidati, nella maggioranza dei casi, da un direttore d’orchestra. Questo gruppo di persone, che può essere grande o piccolo (in generale, orchestra sinfonica o orchestra da camera), potrebbe essere paragonato ad una piccola comunità, con tutto ciò che ne consegue a livello di rapporti umani (non solo “professionali”).

3. Trovo bellissima questa descrizione di “orchestra come piccola comunità”. È un po’ il senso di ciò che si vive in azienda. Anche nelle imprese esistono, prima di tutto, gruppi di persone, con tutte le dinamiche di rapporti interpersonali che ne derivano.

Cosa fa la differenza tra un’orchestra e un’altra? Quali caratteristiche fanno sì che un’orchestra sia “migliore”, si “distingua” da un’altra?

Premetto che la mia attività principale, da musicista, è quella della composizione, e ciò mi ha portato a collaborare con diverse formazioni scrivendo musica “originale” e arrangiamenti (talvolta partecipandovi all’esecuzione in qualità di bandoneonista e/o di direttore).

Dunque, essendo la mia esperienza filtrata da questo punto di vista, non considererei tanto il paragone tecnico, quanto piuttosto il fattore dell’ambiente entro il quale un’orchestra lavora. Certamente, il fatto che quella della musica possa considerarsi una professione implica che ci sia un percorso di studi stabilito. Generalmente si è di fronte ad un livello tecnico minimo standardizzato, e questo dovrebbe garantire una certa qualità. In cosa consista tale qualità, poi, è ancora tutto da chiarire, dal momento che la musica, come ogni altra forma di cultura umanistica, non può reggersi senza passione, che nel caso dell’orchestra potrebbe essere rappresentata dal “senso comune”, dal sentire (e patire, appunto) insieme.

Per quanto sia stato ripetuto infinite volte, il concetto per cui la tecnica “strumentale” non possa sostenere da sola tutto il peso dell’esibizione deve essere ribadito ancora e ancora.

Senza il desiderio di creare qualcosa di eccezionale è molto più facile che ci si debba accontentare di una “semplice” esecuzione (anche se eseguire un brano in modo “corretto, pulito e chiaro” non è mai una cosa semplice). Ciò che ci fa ricordare un concerto come memorabile è sicuramente la presenza di qualcosa di più del suonare. Che cosa sia questo qualcosa in più, spesso il pubblico non lo sa e non deve per forza saperlo. Nemmeno i musicisti lo sanno, il più delle volte. Eppure certi concerti ci emozionano, altri no, anche se si tratta dei grandi capolavori della musica.

Di sicuro il fatto che nella concertazione, a livello sostanziale, vi sia molto di più della musica meriterebbe una considerazione più approfondita. Qui mi limito a dire questo: a parte le potenzialità tecniche (sia strumentali che espressive), ciò che più di ogni altra cosa distingue un’orchestra dall’altra è la qualità delle relazioni, in quanto il significato che diamo alla musica dipende soprattutto da ciò che è esterno ad essa (associazioni concettuali, ambiente, pathos, contesto, sensibilità… ). Ciò influisce sulla sua percezione e fruizione più di quanto si possa pensare.

4. A proposito di relazioni, che ruolo gioca l’affiatamento tra i musicisti e quali conseguenze, positive o negative, ne derivano?

Mi ricollego alla passione. Non credo che basti la passione per realizzare qualcosa, ovviamente. Servono soprattutto delle premesse che permettano a quella passione di esercitare il suo potenziale. Se non si riconosce che nel fare appassionato molto può andare diversamente rispetto ai piani iniziali, soprattutto in un ambiente di collaborazione, allora si è già di fronte ad una premessa negata per lavorare “affiatati”. Molto spesso i musicisti vengono posti al fianco dei poeti, ma i poeti, come da immaginario collettivo, potrebbero seguire la loro vocazione senza che la vita parli loro di qualcosa di “bruciante”, di imprevedibile, di appassionato?

Ebbene, se in un gruppo vi è reale affiatamento, le conseguenze potrebbero essere imprevedibili.

A quel punto le relazioni giocano un ruolo estremamente fondamentale, in una sorta di equilibrio dei diversi “fuochi” individuali, poiché la passione non è sinonimo di idillio, e ciò sta a simboleggiare la costante presenza di un rischio (sia positivo che negativo), non solo musicale ma anche inter-personale.

Roberto Passarella_orchestra
Roberto Passarella, alla prima della sua opera “Messa Qoelet” nel Palazzo della Cancelleria Vaticana.

5. Vorrei comprendere meglio lo sviluppo delle capacità e delle competenze dei musicisti. Le note le conoscono tutti, sono uguali per tutti e le suonano tutti. Così anche gli strumenti: potenzialmente tutti possono accedere ai migliori strumenti. Ma non tutti i musicisti si esprimono allo stesso livello. Perché? È solo questione di talento musicale?

É una questione estremamente complessa che a mio avviso mette in gioco molti degli assi portanti della società (meritocrazia, ascensore sociale, diritto allo studio, ecc…).

Come in tanti altri mestieri, l’apprendimento musicale necessita indubbiamente del talento, così come ha bisogno di una certa disciplina (che non penso sia solamente mera autoregolamentazione). E, ovviamente, di passione, che non è sempre, né necessariamente, sinonimo di felicità.

Filosoficamente parlando, il suonare può rappresentare una sorta di “liberazione”, un modo in cui il patire le circostanze della vita si alieni e diventi altro attraverso l’artigianato musicale (o pittorico, letterario, cinematografico o altro ancora). Se pensiamo alle vite di tanti artisti, non è raro constatare frequenti collegamenti tra eventi importanti e le loro opere; il ché sta a riconfermare ancora una volta lo stereotipo del poeta-musicista che raccoglie i semi della vita per farli sbocciare nelle proprie creazioni. Non significa però, essendo appunto uno stereotipo, che per creare qualcosa, suonare, dipingere o altro, bisogna per forza attendere i terremoti della vita.

Per quanto possa sembrare banale, credo sia bene ribadirlo in quanto l’immagine standard del “creativo” è spesso fagocitata da opposte visioni, quasi tutte preoccupate di mostrare o prescrivere come dovrebbe essere un creativo (o il bohémien più sfrenato o il tecnico più rigido). In questo modo si rischia di avere una percezione bipolare e limitata della creatività.

Dunque, mi permetto di rovesciare la domanda nel modo seguente: quali sono le caratteristiche che ci aspettiamo per indicare un maggiore o minor livello nell’esecuzione musicale?

Uno dei rischi, a mio avviso, più preoccupanti è quello di confondere sempre più il concerto con una dimostrazione di atletica. Detto questo, di certo non parlerei di competenza, termine che significa anche competere e che mi suona sempre molto famigliare a “computare”. Più che della prestazione dei musicisti, e non solo dei musicisti, bisognerebbe occuparsi soprattutto della loro formazione, e quindi del loro rispetto (sia sociale che economico).

6. Belle riflessioni che ci poni. Ci hai parlato dell’importanza del senso comune, delle relazioni, del talento, della passione, della disciplina e di altri aspetti ancora. Mi piacerebbe continuare ad approfondire la visione di orchestra come gruppo, per comprenderla meglio. A tale proposito, la domanda che ti pongo è questa: quando si suona insieme, ognuno sa qual è il proprio compito (=ha il proprio spartito), ma conosce anche ciò che devono suonare gli altri per sintonizzarsi e suonare a tempo e in armonia? È così? Quanto è importante questo aspetto?

La visione d’insieme è assolutamente preziosa ed auspicabile.

Comprendere e intuire le parti degli altri musicisti (come può fare un direttore o un regista, oltre al compositore, ovviamente) permette di essere maggiormente in sintonia con quanto si sta realizzando.

Alla tua domanda su cosa distingua certe orchestre da altre, potremmo infatti aggiungere che alcune ci colpiscono di più, forse, perché i singoli, possiamo dire scherzosamente, “delegano” di meno agli altri. Avere in mente un’idea complessiva dell’opera permette a ciascuno di essere più presente durante l’esecuzione, di avere maggiore iniziativa, e quindi di andare più incontro agli altri. L’avventura del proprio talento potrebbe avere una trama molto più avvincente… ma è cosa molto rara. Spesso manca l’interesse (soprattutto per ragioni economiche, dato che bisognerebbe riconoscere ai musicisti un valore aggiunto nell’immergersi in un’opera anche dal punto di vista storico, sociale, culturale).

7. Hai toccato un punto fondamentale del gruppo: avere in mente un’idea complessiva dell’opera comporta i benefici grandissimi che hai descritto. Secondo la mia opinione questo è veramente cruciale anche nelle aziende. Comprendere il punto di vista dei colleghi e avere un approccio che guarda il contesto e non solo “la propria partitura” aiuta ogni persona a dare il meglio di sé, essere più presente, proattiva e di supporto agli altri. Con benefici per tutto il gruppo.

A questo punto le mie domande riguardano la figura del direttore di orchestra. Qual è il suo ruolo effettivo? Come fa a farsi seguire? È una figura che coordina, mette insieme diversi musicisti per far suonare correttamente la musica scritta dal compositore / arrangiatore? O va anche oltre, nel senso che è un leader che riesce a coinvolgerli profondamente ed emotivamente e a farsi seguire, tirando fuori il meglio da loro?

Sul web è facilmente rintracciabile un video che ritrae una straordinaria prova d’orchestra del celebre direttore Sergiu Celibidache coi Berliner Philarmoniker, alle prese con la settima sinfonia di Anton Bruckner (qui un brevissimo estratto https://www.youtube.com/watch?v=KOq_mSIvlbI). La scena testimonia al meglio cosa sia un’interpretazione che nasce dal lavoro del direttore e dell’orchestra.

Spesso si considera il direttore come una figura che sta al di sopra degli strumentisti, che guida e coordina col suo gesto, e non poche volte lo si vede primeggiare tanto da diventare una figura esterna, se non addirittura estranea all’esecuzione stessa.

In quella prova, come in tutta la sua straordinaria carriera, Celibidache ci ha offerto un esempio ben diverso.

Egli si concentrava su dettagli che in genere vengono lasciati al caso, sapendo che invece sono decisivi per la forma che si vuol dare all’opera musicale. Ad esempio, chiedere di eseguire una certa frase melodica senza esagerare col vibrato (anche se sembrerebbe naturale farlo), poiché l’andamento melodico non lo richiede per via della sua struttura e dei suoi “punti nodali”, significa prima di tutto voler rendere gli orchestrali consapevoli e partecipi della visione che il direttore ha dell’opera.

Il risultato, allora, è quello per cui la musica, come nel video sopracitato, viene ri-creata e restituita al pubblico e ai musicisti stessi attraverso un accurato lavoro di analisi e di interpretazione. Certo, il direttore è colui che si incarica di portare avanti un’idea, una forma musicale da proporre. Maggiore è la cura, la sensibilità e l’interesse verso quelle idee da parte di tutta l’orchestra, oltre che da parte del direttore stesso, maggiore è la possibilità che dall’esecuzione nasca l’interpretazione, che è quella dimensione, sempre avvolta dal mistero, dove la musica diventa qualcos’altro.

Video molto esplicativo, che spiega benissimo il tuo punto di vista. Consigliamo a tutti di vederlo.

Da questa risposta, Roberto, prendo dei concetti validissimi per il leader in azienda. In particolare, vorrei evidenziare che anche nelle imprese, rendere le persone consapevoli e partecipi della visione aziendale, è fondamentale per ottenere il loro coinvolgimento e dare un senso al lavoro svolto. Ed è proprio una delle responsabilità del leader anche quella di portare avanti un’idea chiara, un valore forte da proporre alle parti interessate.

 

Bene Roberto, sarei qui a parlare per molto tempo ancora per quanto sono interessanti gli spunti che ci hai proposto.

Ci hai trasferito molti elementi. A partire dal concetto di orchestra come piccola comunità, fino a darci un esempio di Direttore capace di rendere i suoi musicisti partecipi della sua visione.

Credo che abbiamo scoperto delle forti similitudini con molti aspetti della vita aziendale.

Ti ringrazio ancora molto e per chi volesse conoscerti meglio ricordo con piacere il tuo sito web www.robertopassarella.com e la pagina https://www.facebook.com/robertopassarellacomposer.

Roberto Malavolta
Laureato in Economia e Commercio, da sempre appassionato del mondo dell’impresa, è consulente aziendale e formatore nei processi di Marketing e Organizzazione dal 1992. Ha maturato una lunga esperienza collaborando con molte imprese di diverse dimensioni e appartenenti a vari settori di attività. Affianca gli imprenditori e i responsabili aziendali nell’affrontare i temi legati allo sviluppo sul mercato e all’orientamento al cliente, alla ottimizzazione organizzativa e al miglioramento della professionalità dei collaboratori.