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articoli Il cambiamento organizzativo e il tacchino americano - 27/10/11
di Dott. Roberto Malavolta

“Pensate ad un tacchino a cui viene dato da mangiare tutti i giorni. Ad ogni pasto si consolida la sua convinzione che una regola generale della vita sia quella di essere sfamati quotidianamente da membri amichevoli della razza umana. Poi però, il pomeriggio del mercoledì che precede il giorno del Ringraziamento, al tacchino succede una cosa imprevista, che lo spinge a rivedere le sue idee" (cit. da “Il cigno nero” di Nassim Nicholas Taleb).

Certamente questo citato nel libro è un cambiamento improvviso e imprevedibile, con drastiche conseguenze, un vero e proprio “Cigno Nero”, utilizzando sempre il riferimento al testo, ma nella vita aziendale (e non) il cambiamento è la regola, c’è sempre, improvviso o meno.
In un precedente articolo, parlando dell’impatto dei social media, abbiamo fatto riferimento al cambiamento nella comunicazione di impresa, che oggi chiamiamo meglio relazione con il mercato. In queste righe vogliamo invece parlare del cambiamento riguardante l’organizzazione nel suo complesso, soffermandoci però su alcuni aspetti (anche per esigenze di spazio e di… pazienza di chi legge…).

Dovendo dare una definizione di cambiamento possiamo utilizzarne una molto comune che è la seguente: “Il cambiamento organizzativo è il processo attraverso il quale le organizzazioni modificano la loro condizione presente in una futura, per accrescere la loro efficacia” . Possiamo aggiungere che “il processo di cambiamento deve essere finalizzato ad utilizzare tutte le risorse a disposizione per aumentare la capacità dell’organizzazione di produrre valore o accrescere il valore” .
La bontà del cambiamento organizzativo quindi va visto nell’ottica del cliente .
La domanda base quindi è “il cambiamento che voglio introdurre è capace di creare/aumentare valore per il mercato?”, altrimenti è un cambiamento fine a se stesso.

Dobbiamo distinguere tra cambiamento e innovazione.
Il primo si ha quando si introduce un nuovo concetto/comportamento nell’organizzazione ma che già esiste, mentre l’innovazione si manifesta quando si adotta un nuovo concetto/comportamento che risulta nuovo anche per il mercato/settore/ambiente in generale.

Il cambiamento può interessare vari livelli come la struttura,l’organizzazione dei processi, la tecnologia, i prodotti/servizi offerti, le risorse umane, la cultura aziendale.
L’approccio al cambiamento può essere incrementale se lo si affronta gradualmente, a piccoli passi, con un impatto che di solito tocca una parte dell’organizzazione, o può essere invece radicale, quando impatta l’organizzazione nella sua totalità.

Ma quanto è semplice o complesso introdurre dei cambiamenti?

Le spinte al cambiamento sono tantissime oggi: l’evoluzione dei mercati, sia economici che finanziari, la concorrenza, la tecnologia, la globalizzazione, il cambiamento delle società tanto per indicare alcune macro cause.

Ma non sono questi i veri problemi per un’azienda, quanto le resistenze al cambiamento, che riguardano sia la struttura e l’organizzazione nel suo assetto globale che il singolo individuo.

Questo processo infatti a livello strutturale può determinare uno spostamento di potere all’interno dei gruppi (chi vuole cedere il potere??), impatta su sistemi organizzativi troppo burocratizzati, mentre a livello individuale ad esempio comporta il rimettersi in gioco con conseguenti possibilità di errori e sconfitte, può aumentare l’insicurezza, costringe a rivedere le vecchie abitudini.

Ma il cuore vero del processo di cambiamento, che riguarda sia le spinte che le resistenze, è in una sola parola: cultura .
Avere una cultura del cambiamento è la vera ricchezza di un’organizzazione, che deve sapersi adattare ad un contesto che varia notevolmente ed in maniera veloce. Negli ultimi anni questa velocità è aumentata e il sapersi adattare, cogliendo le opportunità che ogni cambiamento comporta è il vero segreto.
Noi tutti guardiamo la realtà attraverso i nostri occhi, formandoci una nostra personale mappa mentale che però non è la realtà oggettiva, ma la “nostra realtà”. Sappiamo tutti che la mappa non è il territorio, ma una parte dello stesso.
Uscire dal nostro modo di vedere le cose, allargare e adattare la mappa, è indispensabile per tutti, a tutti i livelli, secondo le proprie responsabilità.
Il segreto è cogliere i cambiamenti che avvengono nel territorio.

E questo lo si può fare solo se alla base c’è una cultura aperta, pronta a guardare al futuro e a mettersi continuamente e sinceramente in discussione.
Basta riflettere su questo: partendo dal presupposto che le spinte che stiamo vivendo valgono per tutti, perché alcuni reagiscono e altri no?
Diceva Darwin: “It is not the strongest of the species that survives, nor the most intelligent, but the one most responsive to change”.



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